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mercoledì, maggio 13, 2009

Arrivo.
postato da: sphera alle ore 21:40 | link | commenti (1)
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venerdì, maggio 23, 2008

postato da: sphera alle ore 20:25 | link | commenti
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lunedì, gennaio 07, 2008

In conclusione e inizio d’anno sono stata un tipo di poche parole, come si è visto.
Ho fatto molte cose, in compenso. Cose che si fanno senza parlare un granché, perlopiù.
Cose che si fanno con le mani, perlopiù. Ma non solo.
Tra le altre, ho iniziato la fabbricazione di un'oca selvatica.
Fiorente e maestosa, di fil di ferro e carta velina, conto di farla volare in soggiorno quanto prima.
Ma mi piace così tanto, adesso, che forse la carta non la metterò. Terrò forse sospesa una grande oca wireframe.
Perché l'intelaiatura delle cose, la nuda e scoperta struttura, è quasi sempre commovente, a vederla. Cruda e fredda come la neve in bocca, come un filo di ferro stretto tra i denti.

gennaio
(L’avevo raccontato, il laghetto. Ho lasciato che nevicasse un giorno intero e me ne sono andata a far tutto il giro: in due ore abbondanti non ho incontrato anima viva. Solo rumore di neve. La contentezza mi è durata due giorni di fila.)
postato da: sphera alle ore 13:05 | link | commenti
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giovedì, luglio 05, 2007

Se questi sono tra i giorni più lunghi dell'anno, e le notti più brevi, come sono le sere?
Sono più lunghe quando più lungo è il giorno, o lo sono quando è più lunga la notte?
A questo pensavo, seduta sul davanzale, così mi è venuto in mente che non sapevo affatto cosa fosse, la sera. Il giorno e la notte li abbiamo ben definiti col sorgere e calare del sole, e va bene. Le mattine sono abbastanza facili, anche: dall'alba fino all'ora di pranzo, mezzogiorno, diciamo.
Ma la sera un po' sfugge: non puoi dire che inizi al tramonto, perché chi ti fissa un appuntamento alle quattro e mezza in dicembre non dice stasera. E chi ti invita a cena di giugno non dice vieni oggi pomeriggio verso le nove. Non puoi dire che inizi all'ora di cena, perché tutti diciamo ci vediamo stasera, per l'aperitivo e l'aperitivo è prima di cena, si sa (a volte poi la ingloba e sorpassa, ma questo è un altro discorso).
E più difficile ancora è definire quando finisce, la sera, e inizia la notte. Ceci che lavorava al banco ti dice che "abbiamo chiuso un po' tardi, ieri sera, fino alle tre non c'è stato verso", la signora G. è ancora tutta agitata perché ha sentito un rumore nel cuor della notte, saran state le undici, undici e un quarto.
Potrebbe finire a mezzanotte la sera e lì iniziare la notte, potrebbe, ma allora sarebbe una parola molto sbagliata, perché com'è possibile che la stessa parola indichi di una cosa sia l'inizio che il mezzo?
Potrebbe finire la sera quando vai a dormire, o quando sarebbe stata ora di andare a dormire anche se non ci sei andato, o quando sarebbe stato meglio, molto meglio se ci fossi andato?
Forse dipende dalle stagioni, dalle latitudini e dalle lingue. E gli eschimesi che hanno una sola notte e un giornone solo, avranno sere lunghe tre mesi? E quando dicono stasera intenderanno tra tre ore o tra tre settimane, o sul volgere della stagione?
Perché le stagioni, anche, le abbiamo inventate: c'è un punto in cui il sole sta lì e uno dove sta là, e segnano il giorno più lungo e il più corto, e va bene. E fan due stagioni. Trovare il punto mediano, dove sono uguali, è fin troppo facile. Ma perché, per esempio, fermarsi lì? Perché non dividerle ancora a metà, otto stagioni, o sedici, o trentadue? Chi l'ha detto che funzionerebbe meno bene?
E chi mai racconta a qualcuno di giugno parlandone come della scorsa primavera? Giugno è estate per tutti, anche se lo è per ben pochi giorni, e settembre è per tutti un po' autunno, anche se manca un mese.
Facciamo finta di avere un calendario, ma poi ne usiamo un altro.
Facciamo finta di avere gli stessi giorni, ma ognuno ha i suoi.
S. che ha l'edicola sulla salita da tempo organizza una merenda tra le cinque e le sei del mattino, con caffè e vino - e pastasciutta, alle volte.
E ci si ritrova chi consegna i giornali e chi trasporta il latte o i rifiuti, chi si avvia al primo turno, chi è appena uscito dall'ultimo, chi vuol trovar libera la tangenziale per arrivare per tempo in ufficio e chi si fuma l'ultima sigaretta dopo essere andato a ballare.
E per ognuno è un tempo diverso, per qualcuno mattina presto, per chi si è alzato alle tre è già quasi metà giornata - una pastasciuttina ci sta - per chi torna assonnato è sera, ancora, anche se in fondo al cielo è già chiaro.
Così quando, morto di sonno che hai fatto tardi la sera, vai verso il letto e incroci chi sa di mattino e caffè e dentifricio, lì, su quel marciapiede, lì passa la linea del cambio di data: lì scatta un giorno, nello spazio tra i vostri passi e i vostri opposti sbadigli.
Abbiamo ognuno i suoi giorni, come la Domenica che da bambina per badare alle bestie si svegliava un po' presto ti dice, sì, verso l'una. Come quando ci vediamo per far colazione verso le sette di sera, come quando dici buonanotte e c'è piena luce, di fuori.
Ci sono delle cose che si sanno sui ritmi circadiani e i bioritmi, e mi sembra di vederli disegnati, quelli di tutti noi, tracciati in grafici e curve, in un groviglio di arabeschi. E vedo quelli fatti di onde e picchi, quelli regolari e ritmici come traversine sui binari e quelli come vortici d'acqua nel gorgo del lavandino. Vedo il suo ondulato e ritmico come il cantare ossessivo della tortora sul tetto, e il suo regolare e puntuto come le maglie sui ferri da calza, e il suo circolare senza sosta come una spirale senza capo.
E il suo come un torrente di cascate e pozze, imprendibile che sembra immoto e smuove, fondo e vorticante di gorghi e rapide e lagune senza fondo.
Il mio è una bava di lumaca che traccia lunghi ghirigori sull'acciaio dolce e crudo del tetto del vagone, mentre il treno corre velocissimo e sferraglia e sbanda in curva, e le scompiglia tutti i capellini, proprio mentre aveva fatto una così bella scia, tutta lucida e ondulata. Schhhh, è quasi notte, è già mattino.



Perché dai, è un po' colpa nostra se si sono aggrovigliati tutti i calendari, se si sono confuse le stagioni. È colpa nostra che abbiamo fatto pasticci con il tempo, con gli orari, con il caldo e il freddo, con le feste comandate. Colpa nostra che lavoriamo di domenica, e di sabato, anche. E poi dormiamo di lunedì o di venerdì mattina fino a mezzogiorno. Colpa nostra che il Capodanno lo festeggiamo anche due volte, e non importa quando. Colpa nostra che si finisce di lavorare alle tre e poi si fanno quattro chiacchere e si va a letto coi rumori dell'alba, ma solo per un paio d'ore. Colpa nostra che facciamo i turni e vediamo la moglie ogni tre settimane e mettiamo i cartoni sui vetri della macchina perchè di notte è gelata la brina quando esci, a volte. Colpa nostra, di noi dei camion che scrosciamo tutta notte dentro i sonni degli impiegati. Colpa di noi signore in età che si cena alle sei e poi andiamo a far le notti, e colpa dei nostri vecchietti implumi che di notte hanno da raccontare vite intere e molto lunghe. Colpa nostra che ci mettiamo una tuta bianca e lavoriamo tutto l'anno a venti gradi con la luce sempre accesa. Che torniamo e guardiamo i cartoni animati prima di andare a dormire mentre giù sulla strada si incamminano i pendolari verso la stazione. Colpa nostra, che abbiamo guardato girare le orbite delle costellazioni e poi siamo andati a bere un caffè, corretto. Nostra, che sui pescherecci facciamo oscillare luci gialle mentre fumando aspettiamo che si svegli il mare. Colpa nostra che chiudiamo il locale con il colpo netto di metallo di serranda che sveglia e apre il bar della stazione, squaderna il pacco di giornali buttato all'edicola, rimbomba lo sbadiglio di noi panettieri, caldo di farina. Colpa nostra che guardiamo i film della notte fino alle sei della mattina, colpa nostra che ti chiediamo l'ultima birretta, colpa nostra che lo scuolabus passa quando è ancora buio. Colpa nostra che abbiamo guardato negli occhi tante albe e ne abbiamo visto i sorrisi di luna dai parapetti di una nave, nostra che tanti tramonti li abbiamo mancati nei sotterranei di una metropolitana.
Colpa solo nostra, che abbiamo trovato un piovoso pomeriggio d'autunno in una mattina di luglio, e abbiamo messo al fresco le birre nella neve per berle domani sui sassi della spiaggia sotto il sole. Un sole alto e tondo, pieno di pianeti intorno. Colpa nostra, che ci piacciono troppo lo zenith e il nadir e li vogliamo tutti e due, adesso, sempre, insieme.
postato da: sphera alle ore 00:18 | link | commenti (1)
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mercoledì, luglio 04, 2007

postato da: sphera alle ore 19:55 | link | commenti
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martedì, dicembre 26, 2006

Essendo stata scollegata e sconnessa oltre che mentalmente anche digitalmente per tutti gli ultimi giorni non ho potuto, ahimé, farvi per tempo gli auguri natalizi, cosa di cui mi dolgo.
Spero abbiate passiato lietamente la festa, come me che ho molto mangiato e bevuto e cantato e ballato, e siccome son brava solo a far le prime due cose mi sono divertita moltissimo.

Non potendo ragionevolmente fare gli auguri oggi per un evento di ieri ve li faccio addirittura per il Felice Anno Nuovo, così sono in tempo.
Anzi, oltre agli auguri vi faccio anche un invito: se non avete di meglio da fare - cosa più che probabile - per Capodanno venite da me che vediamo di mettere insieme un anno nuovo da far cominciare.
Avevo in mente una cosa che c'è una casa con della gente, molto vino e molta musica. So che ritrovi del genere alcuni li chiamano feste ma non so, fate un po' voi.

Chi ha voglia di venire e sa dov'è, viene, chi non lo sa me lo dice e glielo spiego.
Vi voglio tanto bene.
(Ma questo solo perchè è Natale e sono diventata buona. Davvero, giuro.)
postato da: sphera alle ore 16:46 | link | commenti
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martedì, maggio 23, 2006

Comunque poi al laghetto ci sono andata, l'altro giorno. Non si vede una casa sulle sponde, solo alberi e canneto e sotto i rami l'acqua incipriata di polline, nelle anse fitto come un tappetino.
All'ora in cui il cielo comincia a sbiadire inclinandosi come una tazza e sotto le piante è già quasi sera stanno sgranati lungo la riva, silenziosi, i pescatori. Una signora, anziana e massiccia, invece di un seggiolino come gli altri si porta una poltroncina, di plastica col cuscino a fiori. Mi hanno detto che l'altro giorno ha preso una anguilla, bella grossa.
Noi abbiamo pescato cinque pescigatto, due persici sole, raggiati e acuminati e due carpe regina, entrambe molto piccole. Una l'ho presa io, mi stava nel palmo della mano e aveva minuscole squame disegnate con un perfetto e sottile contorno nero, fatto a china. L'ho ributtatata in acqua, perché è un pesce prezioso, che deve avere tempo di diventare molto grande. Quando sarà lunga un metro, e grassa, e io avrò imparato a pescare i lucci, tornerò a salutarla.
Abbiamo ributtato tutto, tranne i pescigatto, che hanno la pancia gialla come un tuorlo d'uovo.
Adesso il pescegatto nuota nella boccia toccandola tutta con i suoi lunghi baffi neri. Fa molto, molto rumore con la bocca. E forse col tempo diventerà color papavero, perché gli do il mangime che si da ai pesci rossi.
escher
postato da: sphera alle ore 10:46 | link | commenti
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lunedì, agosto 01, 2005

C'eravamo tanto amati

Queste vecchie case hanno storie aggrovigliate. Togli l'intonaco da un muro e trovi un arco, fori una parete e trovi una intercapedine, un tubo, una canna fumaria, un resto di porta.
Strati di storie e case sovrapposte, ognuno costruisce, buca, tappa, erige, devia, smantella.
Così, se uno scarico non funziona la faccenda puramente tecnica e idraulica diventa subito storia, archeologia, sociologia.

Capomastro - Lei, senta, qui c'è un problema, eh.
Precedente Proprietario - No, no. Lo scarico funzionava. Ha sempre funzionato.
(la coda di paglia ondeggia spazzando piano il cortile)
- Come è che sa che parlavo dello scarico?
- No, è che ho visto che rompeva lì.
- Sicchè?
- Sicché son stati quelli sotto, quando han fatto il giardino. Han tagliato il tubo, glielo dico io. Lì abitava mio padre, che la casa era di mio nonno, perché era stata divisa con suo fratello, mio zio, ma poi dopo l'eredità lui l'aveva rivelata, rilevata, no? Che poi dopo quando è rimasto vedovo
- Sì ma gli scarici?
- Il tubo c'era, e funzionava. Son stati quelli sotto, quando han fatto il giardino. Ho visto, io, ho visto.

Capomastro - Qui c'è da andare a parlare con quelli di sotto.
- Va bene.
- A lui quello di qua gli ho già accennato. È uno un po' strano, per me si fa una canna via l'altra, comunque si può parlarci. È lei che è la stronza.
- In effetti, l’ho incrociata un paio di volte e mi ha salutato a malapena… un po’ rigidina, sì.
- Rigidina? A me mi pare che c’abbia un palo nel culo quella lì. Scusa la parola.
- Prego.
- Se ti trovi intorno una donna così, altro che farsi le canne. Comunque, vacci a parlare.

- Ciao, sto qui sopra, sai.
VicinoDi Sotto - Sì, sì. Ho parlato col tuo muratore. Però qui è un casino.
- Mannò, dai. C'è sto problema di tubi, si guarda, si sistema, no?
- Ah, per me sì. Ma io non ho fatto niente agli scarichi, eh. Non ho toccato niente. Niente.
(la coda di paglia volteggia frusciante nell'aria tiepida della sera)
- Certo, ci mancherebbe. Dobbiamo solo fare una ispezione. Vedere cosa c'è. Poi mettiamo tutto a posto.
- Anche l'erba?
- Anche l'erba, certo. Del resto se c'era un pozzetto, non è che si poteva tapparlo... quindi vediamo, poi ci si sistema.
- Non c'erano pozzetti.
- No, no. Guardiamo, va bene? Sturiamo il tubo e tutto va a posto.
- Sì ma voglio una carta.
- Una carta?
- Sì, che dice che se fai dei danni poi li ripari.
- Ma sì. Ti faccio tutte le carte che vuoi. Allora 'sta ispezione?
- Sì, beh, va bene. Ma ci devo essere io. ASSOLUTAMENTE. Non la mia compagna. Io.
- Ma certo. Come è più comodo per tutti. Del resto siamo tutti persone civili e
- Tutti no. Quello qui di fianco, quel testadicazzo, per esempio, no.
- Ah. Beh, comunque...
- No, perchè io con quello non ci parlo eh. Che se lo vedo ancora gli metto le mani addosso. Quel testadicazzo. Che lui è venuto nel mio e
- Sì, non c'è problema, gli parlo io, non c'è problema.
- Ecco, bene, perchè io non gli parlo più. Per tutta la vita. Se no gli metto le mani addosso, perché lui
- Gli parlo io. Persone civili, si parla, si sistema...
- Tu sei civile, lui no. Quel testadicazzo.

- Ciao, sto qui sopra, sai.
AltroVicino- Sì, ho parlato col tuo capomastro. Per me non c'è problema. Io gli scarichi non li ho nemmeno toccati, nemmeno guardati.
(la coda di paglia si staglia fluttuante contro il sole al tramonto)
- Sì, non ho dubbi.
- I casini li ha fatti quel coglione.
- Ehm, sì. Comunque, ci sarebbe da sistemare sta cosa
- Sì, sì. Problemi zero. Basta che non ho a che fare col coglione, lì. Che ci ho litigato, sai? Perché quel muretto, c’era una servitù, e quell’arco che lui ha buttato giù
- Beh, comunque son problemi vostri, non voglio entrarci... del resto tra persone ragionevoli...
- Ah, no. Tu sei ragionevole, mica tutti. Io con quello lì, con quelli lì, solo per avvocati adesso.
- Ma sì, dai, che poi, mettendosi con calma, tra gente perbene...
- No, no. Quella non è gente, non sono persone.
- Eh?
- No, no, dai retta a me. Quelle non sono persone, sono cose. Quei coglioni. Quel coglione.
- Sì. Beh. Allora...
- Fai una carta. Dammi retta, fai una carta. Che con coglioni così è l'unica.

Capomastro - Hai parlato coi due qui sotto?
- Sì. Continuano a dirmi di fare carte. Io le faccio, non è un problema, ma mi fa un po' ridere.
- Non badarci. Son teste di cazzo tutti e due. Scusa la parola. Mica cattivi, ma teste di cazzo. Poi c'è la stronza che invece. Non preoccuparti comunque, te fai le carte che poi a fare il lavoro e sistemare ci penso io.
- Sì, ma mi pare così strano. A vederli sembrano persone come si deve, ma han litigato sai? Non si parlano più.
- Ah, beh. Fai conto che il tizio anziano che sta di là, hai presente, quello con la barbetta. Con suo cugino che vive qui nella stessa corte non si parlano più da quarantacinque anni.
postato da: sphera alle ore 13:47 | link | commenti (2)
categorie: carpenteria
lunedì, maggio 30, 2005

Quindi, si legge.
Innanzitutto ringrazio di cuore i gentilissimi che si sono presi la briga di farmi sapere che a quanto pare io sono l’unica che non può leggere questo blog.
Se non fosse lunedì mattina, se facesse un po’ meno caldo e se fossi meno neghittosa potrei azzardare qualche ardita teoria, prendendo spunto dall’interessante situazione in cui si viene a trovare un soggetto che può scrivere ma non leggere quello che ha scritto, o meglio, non leggerlo pubblicato.
Come se Pavarotti (al quale non sono così immodesta da assimilarmi per fama o bravura, ma che uso come esempio solo per la somiglianza fisica) potesse canterellare sì nella doccia, ascoltandosi, ma avesse quando sale sul palco tappi alle orecchie e non potesse in alcun modo ascoltare uno dei suoi dischi.

Ma, appunto, fa caldo, per fortuna.
E per fortuna i miei problemi fognari paiono in via di risoluzione (anche l’avere per giorni sottopelle una costante ansia da imminente tracimazione di merda potrebbe dare spunto per metafore esistenziali di un certo interesse, volendo). Ho difatti assistito sabato a una complessa operazione di disgorgamento effettuata con macchianri di avveniristico funzionamento.
La cosa che più mi ha colpito è stata la squisita gentilezza e l’eleganza di modi, quasi d’altri tempi, dello spurgatore. Il che, se non facesse caldo, potrebbe far sorgere considerazioni sulle snobistiche prevenzioni che fanno sì che in qualche maniera si dia per scontato che chi per mestiere traffica tra deiezioni, escrementi e ogni genere di putridume organico debba necessariamente essere un personaggio rozzo.

Mentre sono rimasta molto sconcertata, l’altra sera sul tardi, nell’ascoltare i due vicini, che non mi parevano persone rozze affatto, litigare.
Non sconcertata dal litigio, ma dalle sue modalità: tanto da sedermi sull’ultimo gradino della scala, con un bicchiere di vino bianco in mano, come una volta si sedeva in poltrona ad ascoltare il radiodramma.
Dovrei raccontarlo, facendo anche alcune considerazioni a margine sulla litigiosità, ma è lunedì e fa caldo.

E poi devo concentrarmi a pensare un sistema per non essere costretta a scrivere al buio da qui all’eternità.
postato da: sphera alle ore 11:10 | link | commenti (3)
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venerdì, maggio 27, 2005

Allora, facciamo una prova.
Perchè non è che io sia negligente o pigra, o non abbia voglia di scrivere: è che da una settimana non riesco a visualizzare questo blog in nessun modo, nemmeno dal pannello di controllo, perchè se cerco di farlo mi si blocca il computer.
Mi sa che Splinder ha fatto uno dei suoi pasticcetti di aggiornamento di piattaforma e non ha tenuto conto del mio Mac. O magari boh.
Comunque, fino alla finestra "scrivi" ci arrivo, quindi facciamo 'sta prova:
io sto scrivendo, appunto, e voi cortesemente mi fate sapere se quello che ho scritto lo leggete. Mi fate il grandissimo favore di farmelo sapere per mail (sfer4@yahoo.it), però, perchè i commenti, appunto, non li posso vedere. Grazie mille!

Il bello è che se non riceverò riscontri non saprò mai se è perché questo "scrivi" non funziona o se perché nessuno mi ha voluto fare questo piacere.
Un po' come un messaggio in bottiglia, insomma.
postato da: sphera alle ore 15:47 | link | commenti (2)
categorie:
lunedì, maggio 23, 2005


La gita scolastica la si impara da bambini. E non la si scorda più, come la bicicletta.
Si impara che il primo ingrediente fondamentale è la trasferta, che deve prevedere tragitti di una certa durata: le gite a vedere il museo cittadino son da tutti state vissute come gite finte, che non valgono.
Il trasferimento è importante perché è durante il viaggio che si colloca una buona metà del divertimento: si fanno pettegolezzi, si litiga sulla musica da ascoltare e sulla musica in generale, ci si ferma a far pipì all'autogrill o nel boschetto lungo la strada (ci si ferma sempre troppo poco, secondo me: la bellezza di un viaggio in larga misura sta nel fascino imprevisto delle soste), si guarda il paesaggio, si dorme, si canta, si mangiano le caramelle.
Si impara che il secondo dato essenziale è che lo scopo dichiarato e ufficiale della gita non sia la gita, bensì un qualsivoglia evento espositivo, culturale, lavorativo.
Per quanto si possa essere mangiapreti da generazioni, evidentemente un millenario imprinting cattolico impedisce che si possa dire "cià, andiamo a Firenze, a Capri, a Marrakech, a farci un giro, così alla sera si va a cena fuori e si cazzeggia tutti assieme" senza sentirsi addosso un po' di senso di colpa.
Quindi si trova -o si inventa- una mostra, un congresso, un convegno, una convention, un pellegrinaggio, una fiera.
Non è affatto rilevante di cosa si tratti, perché comunque da lì si avrà tutti voglia di andar via il prima possibile, per dedicarsi alle cose importanti.
Il vagare per ore sotto il sole o la pioggia o la luna, il mangiare panini improbabili sui gradini di chiese e palazzi, il perdersi e ritrovarsi, il dormire in oscure topaie, il ricordarsi poi, di quel posto, dettagli assolutamente secondari (te la ricordi quell'insegna di quel vinaio, e la faccia di quella signora, alla stazione, te la ricordi?) e non essere in grado di descrivere alcunché di una città che hai girato per giorni, questi sono ingredienti forse non essenziali ma quasi sempre immancabili.

Comunque a me che è piaciuto più di tutto è stata la rassegna stampa incrociata tra Repubblica, la Stampa, Vanity Fair e Cronaca Vera, chiosata a due voci e commentata a quattro, tra nubi di pappi di pioppo sui saliscendi della Serravalle.
Quella, però, non c'è in tutte le gite.
postato da: sphera alle ore 12:59 | link | commenti (7)
categorie: geografia
giovedì, maggio 19, 2005


Ah, sabato io vado a giocare qui.
I bambini sono simpatici, magari poi si fa anche merenda.
postato da: sphera alle ore 13:47 | link | commenti (8)
categorie:
mercoledì, maggio 18, 2005


Se non hai una linea telefonica resti per così dire sconnesso. (Però magari la linea telefonica non l'hai perché due settimane dopo aver fatto regolare richiesta ti è arrivata una letterina di Telecom in cui ti dicono che "prendono atto della tua rinuncia al contratto". Quale rinuncia? Di cosa prendono atto? Tu non hai fatto niente, niente di niente, zero. Ma loro han preso atto che hai rinunciato. E quindi dovrai ricominciare da capo. Non prima di aver cercato di capire da quale tuo involontario e occulto segnale è derivata questa loro certezza.)

Nel frattempo, ci sono altre questioni.
Un posto di lavoro che poteva traballare e invece regge. Il problema della spesa, che se quando arrivi il supermercatino davanti alla stazione è chiuso bisogna che organizzi in altra maniera. Una nonna quasi centenaria che sembra voglia andarsene via e poi invece con stupore di tutti rimane e la sera si mangia minestrina e formaggino. Un rumore gorgogliante che ti preoccupa e con ragione, perché poi salta fuori che il tubo del tuo scarico è stato probabilmente chiuso dai vicini di sotto quando han rifatto il giardino, così passi una settimana a far scendere meno acqua possibile, finché arriva il tuo angelo custode sulle sue ali di cemento e calcina e con mazza e e scalpello spacca tutto di sotto e ti crea una via d'uscita provvisoria, in una vetusta fossa biologica riesumata in cortile.
Però poi toccherà ispezionare la casa ai vicini, perché non si interrompono i tubi degli altri, perciò gli lasci un biglietto gentile dicendo di chiamarti per dirti quando si può andare nel loro bel giardino a vedere cosa cazzo han fatto al tuo pozzetto di scarico.
Però nel frattempo cerchi di svuotare un po' di scatoloni e di montare qualche lampada e ti accorgi che anche in cima alla scala non arriverai mai al soffitto, perciò provvisoriamente le monti più in basso e già a stare là in cima devi stringere i denti e non pensare a quanto sei in alto e le vertigini sono una stupidata e cosa ci vuole a spellare due cavi e un pezzetto di nastro isolante, via, è fatto, puoi scendere.
Però bisognerà anche capire quando passano a ritirare la spazzatura, vedi non c'è sacco nero, hai spiato martedì fuori dalle case degli altri: si differenzia tutto, qui. Tocca allestire tre spazzaturini diversi, eh già.

Poi, certo, su una scala di importanza esistenziale non c'è paragone tra una nonna in fin di vita e un lampadario da appendere, tra un lavoro che non ti puoi permettere di perdere e una raccolta differenziata, tra una fossa biologica e il quanto detesti stare in cima a una scala.

Però, mentre si vive le cose si mescolano. E si mescolano tutti i pensieri. Pensi che se fai andare al lavatrice magari tutto si ingorga e pensi che cosa potresti fare per cena e e pensi a come montare quel mobile in cucina e pensi che quel lavoro in ufficio domani potresti anche risolverlo in quest'altra maniera e pensi che se paghi l'idraulico poi bisogna che tu dia un po' del lungo al falegname e pensi anche che quell'idea di progetto che hai avuto ieri sera mentre tornavi sul treno vale la pena di sottoporla perché è un'ottima idea o almeno ti pare, e chissà se vorrà dire qualcosa se il tuo capomastro è da una quindicina d'anni a questa parte l'unica persona da cui ti sei sentita accudita, ma bisogna che chiami tua madre per sentir della nonna e portare al commercialista le carte che ti chiede da un mese e che forse dovresti farti sentire, mandare un segnale, non al commercialista, a quell'uomo che dice ti voglio, che bello, però poi tutte le teorie dicono che vince chi fugge e tu non hai mai avuto voglia di fuggire da niente e quindi chissà se la fuga.
Che poi a ben guardare la fuga di quelle piastrelle non è ben finita, metti il sigillante in fondo alla lista, dopo le mensole e i tasselli del sei, per il prossimo giro là al Brico.

Che poi a ben guardare, adesso, quando è ora di andare a dormire, pensi a come è venuta bene la pasta con le cime di rapa e i pomodorini e la ricotta dura, e la tortina di porri e zucchine e salsiccia.
E pensi che sei nato per cucinare e costruir delle cose, e leggere e scrivere e fare l'amore e che quindi, in qualche maniera, hai sbagliato mestiere.
postato da: sphera alle ore 14:55 | link | commenti (6)
categorie: biologia
martedì, maggio 17, 2005


Ci sono, sì. Sono solo un po' sconnessa.

Poi ho anche da sistemare problemi urgenti relativi a fosse biologiche e annessi scarici (dato che tutti, tutti i muratori e gli idraulici li chiamano così ed essendo il loro mestiere sapranno bene come si chiamano, non vedo motivi ragionevoli per denominarli in altro modo).
Ma son questioni delicate, se ne parlerà in seguito.
postato da: sphera alle ore 11:19 | link | commenti (4)
categorie:
martedì, maggio 10, 2005


Aggiornamento veloce.
Alla fin fine non solo non ho perso il lavoro ma me ne hanno assegnato parecchio altro.
Quindi per stavolta non mi troverete in metrò col flauto e il bicchierino di cocacola per le monetine.
Per ora, almeno. Quindi magari qualche esercizio col flauto lo faccio, eh.
postato da: sphera alle ore 12:23 | link | commenti (11)
categorie:
giovedì, maggio 05, 2005


Ristrutturata a nuovo, finiture signorili

Avendo io terminato di ristrutturare, ha ora cominciato a farlo l'azienda.
Si aggirano personaggi armati di bindella e machete che decapitano tutti i fuori misura.
Negli ultimi dieci giorni sono rotolate più di una decina di teste, su un centinaio di persone. Una decimazione, appunto.
Il cartello, fuori, indica genericamente "Ristrutturazione - Lavori in corso", ma tutti sappiamo che non di rado in questi casi viene mantenuta in piedi solo la facciata e il resto dell'edificio completamente sventrato.

Siccome di ristrutturazioni ormai me ne intendo si capirà che in questi giorni sarò piuttosto assente, dovendo concentrare le energie onde inventarmi qualcosa per salvare il mio posto di lavoro.
Intanto vado a mettermi il casco giallo e le scarpe antinfortunistiche.
postato da: sphera alle ore 11:04 | link | commenti (14)
categorie: carpenteria
venerdì, aprile 29, 2005


Flessibili, alternativi, con alcuni chiodi fissi e qualche tassello che alla fine verrà collocato al suo posto.

Le mie recenti vicende mi hanno confermato qualcosa che già sapevo e che avevo già sperimentato in più e più occasioni: ho un vero amore per la ferramenta e l’utensileria.
Non si tratta solo del desiderio, perlopiù utilitaristico e quindi di minor valore emotivo, di un avvitatore, si tratta di una vera e propria fascinazione.
Mi affascinano gli scaffali delle ferramenta, con milioni di piccoli pezzi ognuno con uno scopo preciso, con una sua piccolissima, modesta funzione, la cui forma e dimensione è distillata in anni o millenni di storia per adempiere in modo assolutamente adatto al suo piccolo, umile compito.
Ci sono aggeggini che non immaginereste mai, tra quegli scaffali, cose che in tanti momenti avete pensato “qui ci vorrebbe qualcosa che tenesse su di lì ma nello stesso tempo fissasse qui, ma non si vedesse e fosse facile da mettere e togliere”. Ecco, c’è.

Quando il mio capomastro mi ha portato a comprar le maniglie in un posto “solo per addetti ai lavori, è un posto per serramentisti, se vai da sola non ti fan neanche entrare” io mi sono a lungo incantata a guardare i meccanismi perfetti da montare sulle ante scorrevoli, tutte quelle viti diverse. le punte, le serrature.
Ho imparato che se tu non metti la porta ma metti solo quei profili di legno per finire lo stipite, ho imparato che quella cornice si chiama “maestà” e mi pare un bellissimo nome: “ho bisogno tre porte e due maestà”.
Ho ascoltato, intanto che aspettavo il mio turno, i discorsi degli altri clienti, affascinata dal fatto che esistano posti dove vanno soltanto uomini, che parlano seri col commesso e tra loro -e ne parlano per dieci minuti- di come il tal falegname di Brivio monta certe cerniere in un certa maniera, in un modo “che così, capito, allora sì che viene un lavoro ben fatto”. E si fermano in tre o quattro, a pensarci, e annuiscono adagio, “eh, sì, così vien proprio bene.” .
E mi commuove, perché è ormai tanto rara nei brutti posti che frequento di solito, la concentrazione sulla bellezza di un lavoro ben fatto. Che il cliente mai potrebbe discernere la differenza, io credo, ma loro la sanno. E la sanno apprezzare e ci pensano: e gli par bello e gli piace.

E a me piace montare le cose, costruirle, vederle esserci che prima non c’erano.
Fosse anche il portarotoli della carta igienica: prima non c’era, dopo il mio trapano e i miei tasselli ora c’è.
Peraltro ho un bellissimo trapano, con tutte le sue punte e i suoi accessori e lo so usare, ormai da anni, abbastanza bene. E ho una cassetta di attrezzi più che decorosa, fornita di tutto quello che serve di base (un pappagallo, ecco quello lo devo assolutamente comprare).
Ma invidio ancora le enormi, fulgenti cassette di attrezzi dei montatori, che arrivano col loro furgone in cui hanno tutto, ma tutto. E preparano di volta in volta la cassetta che serve quel giorno, componendola con tutti gli scatolini riempiti prendendo quella certa manciata di viti, quelle serie di tasselli, gli “orologi”, gli spinotti e i tiranti. E poi gli avvitatori, i trapani, il flessibile e l’alternativo (che ho ancora troppa paura ad usare, ma prima o poi proverò: anni fa anche il trapano mi faceva paura).

E mi fermo a guardare, sempre, quello che fanno e come.
Sarà che nessuno mi ha mai insegnato come si fa qualcosa: ho sempre imparato da sola, per prove ed errori (tantissimi), oppure stando a guardare.
A volte li lascia perplessi, gli operai, questa cosa: “C’è qualche problema, signora?” “No, affatto, sto solo guardando come fate a farlo”.
E spiando per anni falegnami e muratori, elettricisti e imbianchini, un pochino ho imparato: a fare col chiodo l’”invito” prima di forare col trapano, a usare una punta più piccola se il muro tende a sfarinarsi, a montare certe cose lasciandole sdraiate così da poterle poi tirare in piedi da soli, senza bisogno di essere in quattro e tante altre cose che non dico perchè son segreti, sapienze da non divulgare a chi non è del mestiere.

Ho imparato tutta una metafisica della vite e il tassello, lo zen della bolla, del filo a piombo e del “questo si vede a occhio, che è dritto”, ho tratto grandi lezioni di vita dall’allestimento edilizio.
Ma se ne parlerà un’altra volta, ché è un discorso di ben altro spessore.
Resta il fatto che i montatori, dopo avermi visto all'opera una intera giornata con trapani, pinze e martelli -gli ho messo su U2 e i Nirvana (Unplugged in N.Y.) e mi pare abbiano gradito- andandosene mi hanno detto: “Va bene. Allora lunedì mattina ti passiamo a prendere e vieni a lavorare con noi.”

Ci ho davvero, seriamente, pensato.
postato da: sphera alle ore 11:18 | link | commenti (16)
categorie: carpenteria
giovedì, aprile 21, 2005


I traslochi, oltre alla immane fatica fisica del trasporto di centinaia di chili -sotto la pioggia naturalmente, perchè dopo un inverno di precipitazioni nulle il buon dio ha deciso di far precipitare, tutt'assieme, nei dieci giorni in cui trasportavi scatoloni e spalle di armadio- oltre la fatica fisica, di cui peraltro ogni volta che mi tocca rivaluto i benefici effetti sul corpo e la psiche i quali però sono un'altro argomento, offrono la deliziosa esperienza di un sacco di prime volte.

La prima volta che fai il letto e che da sdraiato guardi quello che per innumerevoli giorni nei prossimi anni sarà l'ultima cosa che vedrai alla sera e la prima che vedranno i tuoi occhi assonnati al mattino.
La prima volta che sperimenti il tuo nuovo bagno, con l'etichetta del fabbricante ancora incollata alla tazza, e santocielo bisognerà metterci in fretta una tendina, che quelle finestre di scorcio non avevi notato che c'erano.
La prima volta che, spolverato l'aggeggio e aperta una scatola con su scritto "cd" metti la musica e ascolti che suono fa in quelle stanze, e come si gira, e le riempie e con quali echi.
La prima volta che vedi tutto l'arco di una giornata passare da una finestra a quell'altra e come entra la luce e dove va a cadere e guarda che il riflesso del rosso del muro fa diventare quell'altro muro un po' rosa e vedi che qui, questo punto preciso, è un punto che diventa più bello al tramonto e vale la pena di metterci una sedia o una poltrona, per guardarlo arrivare.
La prima volta che appendi la cassetta della posta sul muro in cortile, tutta bella, di lamiera zincata, e ti accorgi che nel trambusto di scatole sacchi detriti e rifiuti le due minuscole chiavi che la potevano aprire devono essere rimaste sperdute nel celofàn dell'imballo, e passi venti e oltre minuti a scassinare la tua propria casella postale.
La prima volta che metti su il caffè, e hai quasi paura perchè non hai fino in fondo la certezza che tutto quell'intrico di cavi e di tubi, di gomiti e giunti che hai visto avvolgersi e sperdersi sepolti da cemento e parquet, che sia tutto vero, che possa funzionare e sia tuo.

Che non sia - tutto - un po' come quando giocavi alla casa ed era di scotch e di carta, era un disegno della tua fantasia fatto a pastello di cera e possa, davvero, funzionare quando l'accendi, quando ti ci appoggi sul muro, quando apri un rubinetto e l'acqua scende e non sei tu che con la bocca fai "sccchhhhhhh".
postato da: sphera alle ore 10:33 | link | commenti (17)
categorie: biologia
mercoledì, aprile 20, 2005


I tempi cambiano.

"Se spagliate fi corriggerò!"
postato da: sphera alle ore 10:51 | link | commenti (14)
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lunedì, aprile 18, 2005


Mentre io trasloco, Saltamiranda ha preparato il coniglio al gin.

"Il gin serve a stordire l'animale, presumo." (Lord Marquant)
postato da: sphera alle ore 12:42 | link | commenti (1)
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lunedì, aprile 11, 2005



La vernice arancione per le sedie l'ho presa.
La tinta rossa per quelle pareti in soggiorno, anche.
E anche quella verde per il tavolo del terrazzo, quella grigio scuro della scaletta.
Quella blu per la nicchia invece devo ancora farla.
Alla testiera del letto ho già dato la prima mano color argento.
Ho comprato una scala, lampadine, morsetti, cassetta delle lettere in lamiera zincata, stucco per muro, stucco per legno, un secchio, profili in legno, colla, pennelli, detersivi.
E diversissime altre cose, compresa una grossa quantità di scotch da imballaggio.
Sarò molto assente in questi giorni: sto traslocando.

Viste le perplessità emerse nei commenti si rende necessario spiegare che no,
non faccio traslochi per vivere.
Il fatto è che mesi fa, quando ho dovuto lasciare la precedente abitazione la mia nuova casa non era ancora pronta (non che adesso sia prontissima, ma facciamo che) quindi ho fatto un Trasloco A, portando tutti gli scatoloni nella cantina dei miei e tutti i mobili ben imballati nel cantiere della casa nuova.
Questo naturalmente ha comportato il fatto che ogni volta che andava buttato giù un muro, posato un tubo o cambiato un pavimento in una stanza i mobili dovevano essere spostati altrove. Hanno in effetti fatto tutti il giro della casa quattro o cinque volte, tanto che le maestranze hanno da tempo oltrepassato la rassegnazione per approdare a un divertito "Allora, quand'è che li spostiamo ancora? Conosco i suoi mobili meglio dei miei, signora."
Adesso è arrivato il momento del Trasloco B, che comprende sia il trasporto di alcune centinaia di scatole da casa dei miei alla nuova sede, sia il montaggio di tutto l'arredo, sia l'allestimento generale di una abitazione (zoccolini, lampade, mensole e vari accidenti minori).
A proposito del montaggio va detto che i miei mobili sono quasi tutti smontabili, pertanto al momento si presentano perlopiù come mucchietti di assicelle ammonticchiate in mezzo alle stanze. Questo ha provocato grosse perplessità in mio padre che guardandosi intorno tutto contento ha detto:
"Bello, molto bello, bella casa. Adesso però dovrai comprare la mobilia."
"Ma io li ho già i mobili, papà. Nella casa di prima ci abitavo, no?"
"Pensavo li avessi buttati via, non so. Dove sono?"
"Sono questi qui, vanno montati, eh."
"Ah. Mi paiono pochissimi, comunque. Sicura di non averne perso qualcuno?"

postato da: sphera alle ore 12:12 | link | commenti (20)
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giovedì, aprile 07, 2005


Pellegrin che vien da Roma

- Spazio aereo interdetto per un raggio di 35 miglia a tutti i voli turistici e per un raggio
di 5 miglia a tutti gli aerei,
- Un aereo spia Awacs della Nato,
- Batterie di missili Spada dell'Aeronautica Militare,
- Una batteria di missili Hawk a medio raggio dell'Esercito italiano,
- Dai 10.000 ai 15.000 uomini,
- Tre nuclei di bonifica di ordigni esplosivi,
- Due squadre Nbcr (Nucleare, batteriologico, chimico e radiologico),
- Unità di personale speleo-alpino-fluviale (Saf),
- Due elicotteri HH3F,
- Quattro aerei MB339CD, dotati di dispositivo Smi (Slow Mover Interceptor) per l'individuazione di velivoli a bassa velocita',
- Quattro AMX pronti al decollo nella base di Amendola,
- Quattro F16 pronti al decollo nella base di Grazzanise,
- Nuclei artificieri di Polizia e Carabinieri per monitorare tutte le vie del centro e del Vaticano e bonificare cassonetti, tombini e gallerie sotterranee,
- Tiratori scelti posizionati in punti strategici dei percorsi seguiti dai big

Adeste, adeste, fideles.

(fonte Ansa, AGI, ecc.)
postato da: sphera alle ore 11:43 | link | commenti (17)
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mercoledì, aprile 06, 2005


Solo posti in prima fila

Lo tsunami e la conta morbosa dei morti e travolti, degli affondati e dispersi, delle famiglie falciate, degli annegati nel fango, delle manine che spuntano da melma e detriti.
Poi quella povera donna, che nessuno può sapere cosa avrebbe chiesto o voluto ma credo certo come ultima cosa avrebbe desiderato vedere il suo viso da inferma totale servito in mondovisione tra la minestra e un bicchiere di quel buono.
Poi quel sant'uomo, vegliardo in pantofole rosse, primo nella storia ad essere patriarca di una religione millenaria di cui un milione di turisti devoti si porta a casa una reliquia in videofonino.
E tra questi la mortale agonia di onesti militari, giornalisti idealisti o inquietanti mercenari di cui si rivedono all'infinito gli ultimi istanti, le ultime foto, le ultime parole, l'ultimo fiotto di sangue, i "poveri resti", e dal momento che li si chiama nostri eroi, perbacco, son nostri e li guardiamo quanto vogliamo.
Negli intervalli guardiamo quanto vogliamo un bambino dell'asilo fracassato probabilmente da sua madre, e la disposizione delle sue povere piccole gocce di sangue la impariamo a memoria, prendendo appunti tra grafici e schemi.

E la morte che dovrebbe essere il momento di più assoluto e privato e solenne passaggio diventa viaggio organizzato all inclusive, da cui tornare con emozionanti ricordi e qualche bel souvenir: andiamo a guardare, a toccare la morte, come si tocca tra le gambe chi non si può ribellare.

Stiamo marciando in file compatte, ordinatamente inquadrate da regolamentari transenne, verso un delirio necrofilo accompagnato da simpatici cori da stadio, masticando patatine e merende.

E lo chiamiamo commozione.
postato da: sphera alle ore 10:56 | link | commenti (13)
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lunedì, aprile 04, 2005


- Vieni a vederlo da me, che c'ho scai?
- Mah, non so, volevo quasi andare a vedermelo giù al bar, sai, saran tutti lì, un tifo della madonna.
- Beh, da me vengono anche i miei cognati e un paio di amici: si piglian due pizze, qualche birra...
- Quasi quasi... Oh, comunque, sai che son già emozionato adesso?
- Non dirlo a me. Del resto, ogni quanti anni c'è una sfida del genere? Mica per niente han già detto che sarà seguita da una quantità di telespettatori da far paura.
- Chissà per metterci la pubblicità, quanto pagano, eh? Miliardate, per un evento così.
- Conta però che non è che puoi metterci un prodotto qualunque, eh. Cioè, non è che puoi sbatterci dentro lo spot degli assorbenti.
- Ah, beh, certo. Te comunque come la vedi? Chi è più forte?
- Più forte è difficile dirlo... quando sei lì ci son poi tanti fattori, anche l'emozione, per dire. Chi vien dato per favorito niente niente se ne va con le pive nel sacco. Comunque a giocarsi tutto son gli stranieri, per me.
- Dici? Vah che ci sono almeno un paio di italiani che van forte, lo dicon tutti.
- Eh, ma sai, sti sudamericani hanno una marcia in più, c'è poco da fare... Per quanto, anche il tedesco, lì, ha l'aria di un panzer mica male.
- La faccia cattiva ce l'ha di sicuro: è uno di quelli che picchia duro, si vede dagli occhi.
- Sì beh, sta gente si sa, per essere arrivati lì non son certo dei santerellini.
- Però pensa l'emozione, eh... tutto il mondo che ti guarda, tutti incollati alla tv, tutti che fanno il tifo, un delirio collettivo... minchia, cose così te le giochi solo una volta nella vita.
- Pensa esser lì, vederselo dal vivo...
- Eh, bravo! Dal vivo solo pochi eletti se le vedono ste cose, noi in tv. Va bene che per certi versi lo godi anche meglio: vedi le espressioni, i primi piani, i ralenti...
- Oh, allora, ci si vede: vieni lì da me, dai, che ce lo godiamo in compagnia... Cazzo, un conclave non capita mica tutti i giorni!
postato da: sphera alle ore 15:24 | link | commenti (7)
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giovedì, marzo 31, 2005


Quattro giorni inzuppati, a camminare sotto e in mezzo alla pioggia per guardare come
lo sfondo in un bianco e nero senza quasi contrasto che gocciola tra cieli e nuvole e mare possa essere spudoratamente macchiato dall’esuberanza ribalda di fiumi di rosmarino,
di spruzzi di erica arborea, di zampilli di mimosa.
Per sentirti piovere addosso l’aria imbevuta del loro odore azzurro, del loro profumo bianco, del loro aroma giallo che ti ammolla impalpabile e tiepida come si sa che fa la nebbia quando piovigginando sale, ma il mare chiacchera piano invece di urlare perchè c’è scirocco, vedi, e non il maestrale.

Poi con un repentino cambio di ruolo, attività e prospettiva i due giorni successivi li passi
nel cantiere che è casa tua, in ginocchio a posare un parquet, e ogni lista che incastri mentalmente ci appoggi il comodino, mezzo tavolo, ecco, il tavolo intero, una sedia e poi un’altra. E mentre lo portavi un po’ alla volta su dalle scale dicevi al pavimento che adesso eri tu a portare lui perchè poi per anni e anni lui avrebbe portato te, e quindi vi siete trovati d’accordo.
Anche perchè gli scacchi bianchi e neri delle piastrelle vi piacciono così tanto che ogni volta
che li guardate vi viene voglia di ridere.
postato da: sphera alle ore 14:43 | link | commenti (18)
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giovedì, marzo 24, 2005


Le pile sono esauste. Il toner è esaurito. Il monitor si sforza di fare il brillante,
la stampante invece è proprio spenta. Alla cartuccia è rimasta ben poca carica,
la tapparella è decisamente giù.
Mi sa che è ora di andare un po' in vacanza, ragazzi.
postato da: sphera alle ore 16:07 | link | commenti (7)
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martedì, marzo 22, 2005


La tata della nonna non è più, da qualche tempo, la piccola e soffice Maria ecuadoregna
che le pettinava i capelli con la riga, le metteva gli orecchini e le dipingeva le unghie di rosa perlato.
È tornata a casa, o chissà dov'è andata, e il suo posto è stato preso da una ucraina baritonale, grande più di qualunque altro componente della famiglia, maschi compresi.
I primi tempi la nonnina si raggomitolava atterrita da questa cosacca monumentale
che col faccione sotto il suo la incitava con voce tonante “Mangggia, Rözzetta, mangggia, sü, mandda gggiù!” e la rivoltava con una sola mano per accudirla come una bamboletta di pezza. Erano tutti un po’ preoccupati, “Le fa paura.” dicevano la mamma e la zia.
Ma la nonna, che ha più risorse di quanto sembri, forse è riuscita in qualche modo a collegare quella presenza imperiosa con qualche ricordo lontano dei suoi anni di collegio, con l'eco di qualche autoritaria maestra o inserviente e ha deciso che con questo Kutuzov in sottana e riccetti si poteva, facendo le brave, convivere.
Mila non è vedova, come avevo pensato in un primo momento: ha un marito, in una piccola cascina oltre Kiev, un marito che manda avanti la baracca, tiene la casa, bada alle bestie. Anche quando, come un mese fa, è scivolato malamente e si è incrinato due costole
“Ma adesso come fa, tuo marito?” “Oh, lui fa. Piano piano, ma bestie bisogna badare, sai. Lui fa.”
Lei bada alla nonna, lui alle mucche e alle oche. “Lui ha ucciso dodici ochi. Tanti ochi, noi. Uccide e mette in vasetto.”
“In vasetto?”
“Sì, ochi a pezzetti in vasetto con loro grasso. Tanta carne, tutto l’inverno. Noi mettiamo tutto in vasetto: cetrioli, carote, tutte verdure, tutto inverno si mangia vasetti. Tanta neve, molto freddo, molto lungo l’inverno, niente verdure, però tanti vasetti. Molto buono, io ti faccio portare, una volta”
“Grazie, che gentile, ma non disturbarti”
La mamma ha un po’ paura, di quei vasetti. Perché arrivano da un po’ troppo vicino a Chernobyl, la Mila e i vasetti.
La Mila ha una cicatrice dal collo alla pancia, cucita con punti di grosso, dati senza troppo pensare alla forma. “Io ho pensione perché mi ero ammalata. Tanto in sanatorio son stata. Bel posto. Tutti noi di vicino Chernobyl in sanatorio. Bel posto, ci portavano a fare le gite, a vedere bei monumenti.”
Ha poco più di cinquant’anni, e dice ridendo che non arriverà ai sessanta.
“Ah! No, no, noi tutti morti, prima di sessanta anni, tutti morti!”
La mamma non sa cosa dire: “Mannò, cosa dici, mannò Mila, vedrai”
Ma lei ride, della mamma che ha sempre avuto in casa l’acqua corrente, che non ha mai mandato a scuola dei figli tra due metri di neve, che non è stata aperta e richiusa come una grossa gallina per togliere, o mettere, o spostare non si sa bene cosa. Lei è contenta, dei due figli in Portogallo, e delle sue nipotine a cui compra bei vestiti e regali facendo la balia alla nonna.
“Ma sì, noi, tutti morti tra un po’! Vieni che diamo mangiare la nonna, è brava la nonna.”
postato da: sphera alle ore 10:43 | link | commenti (9)
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giovedì, marzo 17, 2005


Non so, a me pare che le persone si facciano capire benissimo.
Se fai un complimento a una ragazza e hai in risposta uno smagliante sorriso capisci una cosa, se ti oltrepassa con lo stesso sguardo antartico con cui si rileva il passaggio di una cimice botanica ne capisci un'altra.
Se dando un bacio a un uomo vicino all'orecchio lo senti per un attimo vibrare e senti che gli salta un respiro capisci una cosa differente che se continuasse a parlare con gli amici di calcio, rivolgendoti con la mano il gesto distratto con cui si scaccia una mosca.
Così, se una persona ha una gran voglia di prendere il caffè in compagnia dei colleghi
è probabile che si affacci alla stanza adiacente invitando allegramente gli astanti: "Dai che andiamo a bere il caffè!".
Se invece qualcuno lo vedi avviarsi pensoso con la sua cialda in mano senza volgere intorno nemmeno uno sguardo, potrebbe anche essere che avesse in mente di fare una pausa solitaria per pensare quattro o cinque minuti ai casi suoi.
Voglio dire, si capisce, non credi?
E allora perchè dopo trenta secondi arrivi come un treno spalancando la porta di quell'oasi
di pace che è l'antibagno e chiedi "Ti do fastidio se sto qui?"
Non ascoltare le parole che dico, giacché non posso dire che quelle: guarda la mia faccia, guardala.
postato da: sphera alle ore 14:12 | link | commenti (18)
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mercoledì, marzo 16, 2005

finalmente, nel nostro grigio torpore, è arrivato il colore!
postato da: sphera alle ore 13:53 | link | commenti (9)
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martedì, marzo 15, 2005

Cime tempestose.
Si addensano le ombre della sera attorno alla cascina. Gerardo il contadino chiama il suo lavorante.
- Beppe, c’è da mungere la mucca: vieni che ne parliamo.
- Parliamo di cosa? Cos’è che dobbiamo dire?
- Parliamo di come si deve fare, come organizzarci, i tempi, i modi.
- Vado lì e la mungo.
- Eh, ma vedi, Beppe, è importante scambiarsi opinioni, pareri, vedute. Senza dialogo non
si va avanti.
- Sì capo, ma magari dopo… la sente come muggisce, povera Bianchina?
- Parlarne, analizzare, sviscerare è il modo migliore per far venir fuori suggerimenti, proposte, nuove idee, Beppe.
- Sì, sì, ma tanto sappiamo già come fare, no?
- Bisogna migliorarsi, Beppe, crescere, evolversi.
- E per migliorare bisogna parlare?
- Certo! Confrontarsi, imparare dalle esperienze altrui, fare del brainstorming.
- Eh?
- Una “tempesta di cervelli”, letteralmente, caro il mio Beppe, ma in pratica un temporale di creatività, un’alluvione di idee, una bufera di proposte…
- "Chi semina vento raccoglie tempesta". Una cosa così?
- Mannò! Beppe, Beppe! Non so come ho fatto a considerarti affidabile finora, se mi cadi su queste cose!
- "Piove sempre sul bagnato". Va bene?
- No, no, non ci siamo. Guarda, facciamo le cose come si deve: ecco, attacca questo bel foglione al muro, lì, sotto la trave. Spostali, l’aglio e i peperoni secchi, spostali. Ecco, perfetto. Adesso ci scriviamo su tutte le idee che ci vengono, poi alla fine tiriamo fuori un bello schema.
- Hm.
- Su, lasciati andare, Beppe, creativo, creativo.
- Di sera si mungon le mucche.
- Bene. Sciogliamoci, approfondiamo il concetto. È tutta una tempesta, ricordati: facciamo baluginare i lampi sbrigliati dell’intelletto.
- Le mucche fanno il latte.
- Così. Sì. Andiamo fortissimo.
- Il latte è bianco.
- Ottimo. Fantastico. Razionale e preciso, ma sensoriale, materico. Lo scriviamo qui. Poi, vediamo…
- Non è male questa bufera di idee, lo sa, capo?
- Te l’avevo ben detto. Dunque, adesso facciamo una freccia qui…

Nella notte, sotto un manto di stelle, il muggito di Bianchina si leva sempre più disperato, portato lontano dal vento.
postato da: sphera alle ore 16:50 | link | commenti (8)
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